• Contatore Visite

Riflessioni sul copione di vita

“ Ogni persona, inoltre, possiede uno schema di vita preconscio, o copione,
per mezzo del quale struttura periodi di tempo
più lunghi – mesi, anni o tutta la vita – riempiendoli con attività rituali,
con passatempi e giochi che portano avanti il copione
e nello stesso tempo danno una soddisfazione immediata…”
E. Berne – “ Ciao…E poi?”

Ognuno ha il suo piano di vita fatto di tappe ed obiettivi, risorse materiali e morali,gioie e delusioni,convinzioni ed incertezze.
Non è raro che, nel mettere in atto il piano, l’azione non segua le procedure indicate dal pensiero, che la volontà non abbia effetti,che senza avvedersene si seguano percorsi tracciati da altri anche se ci si dice, mentre li si percorre, che è proprio quella la strada che si vuole seguire.
Dirsi ” voglio raggiungere la meta, proprio quella meta ” non sempre è sufficiente come spinta e strumento … Al termine del percorso, per quanto compiuto con fatica, ci si accorge a volte che il traguardo è ancora lontano o del tutto invisibile. La volontà si confronta con la storia e gli obiettivi personali ed anche, forse più, con quelli non esplicitati ma che orientano comunque l’azione lungo linee impreviste, imprevedibili e indesiderate.
La volontà, quindi, deve vedersela con una sorta di copione, una trama che non è pura rappresentazione ma un susseguirsi di azioni concrete e sempre decisive, in diverso grado, per la qualità della propria vita.
Il copione che presenta un versante consapevole, dove gesti ed esiti avvengono alla luce del sole, ed un versante inconsapevole, dove il senso di ciò che si fa e si dice non è immediatamente evidente ma non per questo insignificante.
Ci muoviamo, allora, contemporaneamente lungo due percorsi che a volte si sostengono e ci sostengono mentre andiamo verso la meta .
In altre occasioni il loro incontro è conflittuale e l’esito è che ci allontaniamo dal risultato.
Questo scenario, già scritto in noi, non si chiama destino né caso né tantomeno è una trappola inevitabile. Il tragitto è segnato da scelte già prese, come se in tempi lontani avessimo già deciso che non c’è alternativa alle soluzioni solitamente adottate per affrontare le questioni della vita.
Siamo noi e non altri, in poche parole, ad avere scritto in anticipo leggi e sentenze .
Siamo noi, e non altri, a detenere ancora il potere di mutare decisioni assunte per noi e da no ma, che avvertiamo estranee e non più utili nell’attualità.

“ Non metterla sul personale “ : luogo comune o processo formativo ? – 2

In queste note ci siamo posti l’obiettivo di valutare la praticabilità e l’efficacia di esortazioni ad agire un in dato modo che immediatamente si presentano alquanto sensate ma che hanno, tutto sommato, il sapore di vuoti luoghi comuni.
E’ il caso, ad esempio, di “ non metterla sul personale “, invito / consiglio rivolto in genere a chi, per professione, si confronta quotidianamente con reazioni “ aspre “ da parte degli interlocutori, in particolare quando si tratta di clienti ed utenti.
Abbiamo già evidenziato nel precedente articolo come tali reazioni, sottoforma di obiezioni o critiche oppure netti rifiuti, il più delle volte non abbiamo contenuti specifici bensì consistano in generici giudizi, pregiudizi, opinioni, “ sentito dire “.
In queste circostanze è arduo, per il professionista, favorire una comunicazione fluida dato il forte carico emotivo a cui è sottoposto dal momento che la risposta negativa viene percepita come relativa non ad un singolo aspetto della discussione ma al complesso delle proprie caratteristiche personali e professionali.
Diventa perciò essenziale, in questo genere di relazione, porsi un obiettivo che non sfoci nel confronto etico – cognitivo con l’interlocutore ma che invece sia fortemente ancorato al tema prioritario della comunicazione. Può trattarsi, ad esempio, del prezzo del prodotto o della sua qualità tecnologica o altri suoi aspetti che ne riguardino l’utilizzo e i vantaggi da esso derivanti.
Il primo passo per “ non metterla sul personale “, insomma, consiste nel ben definire l’obiettivo della relazione – che non è modificare il sistema di riferimento dell’interlocutore – e restarvi saldamente connessi. Il professionista, in sostanza, deve continuamente ripetere a sé stesso “ Per quale motivo mi trovo qui? Qual è lo scopo di questo dialogo ? “.
Per provare a spiegare meglio ciò che intendiamo dire facciamo un esempio.

“ Come fa a dire che … ? “

Questa espressione rappresenta l’esordio di una vera e propria competizione verbale e ciò, il più delle volte, a prescindere dalla “ qualità “ del linguaggio non verbale che la accompagna. Intendiamo dire che, pur se pronunciate con modi e maniere, queste parole rischiano di assumere comunque un significato di “ sfida “. Accade in qualsiasi tipo di relazione ed in particolare tra venditore e cliente così tra operatore call center o front office ed utente. Rappresenta la tipica affermazione con cui il professionista obietta ad una critica generalizzata dell’interlocutore.
Ad esempio :
Venditore : “ Avrei un prodotto da proporle “;
Cliente : “ Non mi interessa “;
Venditore : “ Come fa a dire che non le interessa se non sa nemmeno di cosa si tratta ? “;
Cliente ( assumendo, probabilmente, un non verbale “ aspro “ ) : “ Ho detto che non mi interessa ! “.
Questi scambi, anche se sintetici, evidenziano la trappola linguistico – cognitiva in cui scivola il professionista, una impasse difficilmente risolvibile una volta verificatasi. In tali circostanze, infatti, diventa prioritario per ognuno dei parlanti risolvere il rispettivo carico emotivo piuttosto che elaborare soluzioni al contrasto. Sono i casi in cui la meta del dialogo è avere “ l’ultima parola “, a prescindere dai contenuti.
“ Gli / Le ho fatto capire chi sono !”, “ Gliene ho detto quattro !”, “ Glielo ho detto chiaramente che non capisce proprio niente !”:
Questi, in sintesi, sono le conferme che i parlanti cercano per sé stessi. Che poi il problema non si sia risolto, che forse si sia anche amplificato, poco conta. L’incomprensione diventerà l’oggetto della prossima battaglia verbale anche se combattuta con interlocutori “ materialmente “ diversi.
Se c’è ben poco da fare, allora, quando queste dinamiche si scatenano, come si possono prevenire ?
Discuteremo nella terza parte di questo articolo delle strategie linguistiche – cognitive da adottare allo scopo.

Giochi

“ Certe persone vivono in lotta con altre,
con se stesse, con la vita.
Allora si inventano opere teatrali immaginarie
e adattano il copione alle loro frustrazioni
…………………………………………………
La cosa peggiore ,però, è che
non possono rappresentare quest’opera da soli…
Allora cominciano a convocare altri attori…”
Paulo Coelho- “Sulla sponda del fiume Pietra mi sono seduta e ho pianto”

L’Analisi Transazionale, con il termine gioco, non richiama alcuna attività ludica bensì una particolare dinamica relazionale fatta di mosse che, inconsapevolmente, conducono verso un esito ben preciso.
Gioco, quindi, dal momento che è strategia, incastro, diversivo, ripetitività e prevedibilità.
Gioco come complesso di regole indispensabili a produrre una dimensione virtuale che per i giocatori ha la consistenza della realtà effettiva.
Gioco, secondo l’A.T., è tutto ciò ma non banalità, superficialità, mancanza di impegno e serietà. Lo caratterizza la sua drammaticità : in poche parole, per chi lo attua, il non poterne farne a meno perché sentito come il solo modo di cui si dispone che chiedere attenzione, affetto, riconoscimento o soddisfazione di bisogni materiali.
Drammaticità in quanto il gioco non porta mai al risultato desiderato o, se lo fa , il prezzo da pagare è alto. A volte concede attenzione in cambio di malessere fisico,in altre scambia affetto con disagio materiale o riconoscimento con lo spendersi esclusivamente per gli altri.
Il gioco non è coazione a ripetere o profezia che si auto adempie. Quest’ultima definizione esprime solo la prima parte del gioco. Lo descrive ma non lo comprende. Ne illustra la forma ma non il senso.
Non è coazione a ripetere perché non ha origine da una pulsione inconscia che spinge verso la distruttività.
Il gioco è un comportamento visibile all’esterno. Con una buona dose di consapevolezza lo è anche al giocatore stesso che, da solo o con l’aiuto di chi vuole e può aiutare, può svelarlo, interromperlo, giocarlo fino a verificare la possibilità di chiedere in modo non più dannoso per sé e per gli altri.
Il gioco non si mette in pratica in solitudine. Richiede, per prendere forma e dare il suo esito, di altri giocatori. Non è difficile trovarli . Spesso li si individua senza nemmeno cercarli. Il gioco, infatti, rappresenta una sorta di richiamo a cui difficilmente si resiste a dispetto dei risultati spesso deludenti e frustanti.
Viene allora da chiedere: se il costo supera il vantaggio, perché giocare? La risposta richiede un capovolgimento della domanda: cosa dovrebbe fare, il giocatore, per non essere più tale? Insomma, quale rischio si deve essere disposti a correre per adottare comportamenti alternativi? Se si sceglie di dare senso ai propri fallimenti – materiali, professionali, affettivi – proiettandone sugli altri le origini ( un buono modo di consolarsi, al prezzo del perdurare dell’insuccesso), qual è allora la premessa al cambiamento?
Cosa chiedere a sé stessi ed ai partner del gioco affinché la comunicazione sia un effettivo mettere in comune ciò che si è e non ciò che io voglio che tu creda che io sia?
Smettere di giocare, dunque agire con autenticità, non è una tecnica, non è una diversa strategia. Consiste invece nel diventare tramite tra la propria verità ed altre verità … E’ decidere di caricarsi sulle proprie spalle la propria vita … E’ avere la fermezza necessaria a seguire una strada che non è stata ancora scritta.
E’ avere il coraggio di distinguere in ciò che ci accade il contributo delle nostre azioni.

Intimità

“ Nell’intimità non ci sono “ messaggi segreti”,
il livello sociale ed il livello psicologico sono congruenti…”
I. Stewart & V. Joines – “ L’Analisi Transazionale“

“Finchè distogliete il vostro animo dai suoi sogni, esso non li conoscerà;
sarete il trastullo di mille apparenze
perché non ne avrete compreso la natura…“
M. Proust – “ Alla ricerca del tempo perduto “
( Vol. II All’ombra delle fanciulle in fiore )

Intimità…
Non è una parola con cui siamo molto in confidenza. Essa riporta alla memoria altri inquietanti termini ( vulnerabilità, debolezza, dipendenza ) che si oppongono a volte all’idea di ciò che siamo o crediamo di essere o vorremmo essere…o che ci chiedono di essere.
Intimità vuol dire mostrarsi per ciò che si è, agire allo scoperto, senza sotterfugi, senza dire altro rispetto a ciò che si pensa. Essere intimo significa adottare modi di relazione diversi rispetto a quelli oggi più in voga, quelle studiati per vincere nel lavoro, negli affetti, in società.
E’ difficile comprendere qual è il trofeo da conquistare. Le scarse risorse materiali, morali ed ambientali del nostro mondo ci avvertono di come il prezzo della presunta vittoria sia piuttosto alto. Il successo è diventato il fine che giustifica ogni mezzo. E’ il fine che azzera i mezzi. E’ la meta che annulla ogni altro traguardo.
Questo celarsi dietro i cliché sociali e culturali è a volte rafforzato dalla storia personale, quella in cui abbiamo imparato a non dichiarare le nostre emozioni, i nostri sentimenti ed i nostri pensieri per evitare ogni eventuale dipendenza, ogni presunto attacco esterno ( ed interno ) al nostro equilibrio interiore.
Così facendo generiamo una sorta di deserto dei tartari affettivo di cui scrutiamo l’orizzonte preparandoci, appunto, a respingere un attacco che non verrà mai. Restiamo a difesa di una fortezza che non racchiude nulla di effettivamente interessante per chi sta fuori. Alla fine non interessa più nemmeno a noi eppure proseguiamo, come se non potessimo farne a meno, a vigilare contro un nemico inesistente. Non ci accorgiamo che siamo noi, da soli, ad essere soldati e tartari insieme.
Vigilare non è mentire o essere disonesti, almeno secondo la comune accezione che diamo a queste parole, bensì è essenzialmente tenere l’altro a distanza di sicurezza assumendo un ruolo, indossando una maschera e poi chiedere agli interlocutori di fare altrettanto. Il tartaro, infatti, non è solo il temuto predatore ma anche chi si mostra, colui che è disposto a dare, e chiede, autenticità .
E’ inutile ingannarsi… Nessuno può negare che mostrarsi non sia rischioso, che non possa avere esiti indesiderabili che siano a volte tristezza, altre delusione o rabbia o paura. In alcuni casi non ci mostriamo per timore di ferire, come se i nostri sentimenti fossero pericolosi strumenti d’offesa..
Essere intimo richiede coraggio, così come richiede fermezza qualsiasi genere di scelta.
Mostrarsi, infatti, significa essere di fronte ad un bivio: una prima strada conduce a vivere segnati, nelle gioie e nei dolori, dall’autenticità. La seconda consiste nel seguire un percorso tracciato da altri ed in cui gli eventi non si vivono ma, al riparo di una maschera, tutt’al più si osservano, riducendosi così ad “ essere il trastullo di mille apparenze ”.

Passatempi: parlare del “ più e del meno “ nell’ottica Analitico Transazionale

“ In qualsiasi passatempo i partecipanti parlano di qualcosa,
ma non intraprendono alcuna azione
ad essa relativa”
I. Stewart & V. Joines – L’Analisi Transazionale

“ Alcune serie ripetute di manovre sociali sembrano riunire
tanto le funzioni di difesa che quelle di gratificazione.
Nel linguaggio corrente tali manovre vengono
definite passatempi e giochi”
Eric Berne – Analisi Transazionale e Psicoterapia

Parlare del più e del meno è un modo seducente per mantenere le distanze. Permette di mostrarsi senza scendere nel dettaglio di sé, senza mettere in essere la mossa inevitabile di cui un vero rapporto ha bisogno se vuole essere appunto vero. Il passatempo è la strategia comunicativa privilegiata da chi vuole sì una relazione ma senza correre alcun rischio di sentire effettivamente l’altro, di sentirsi e farsi sentire dall’altro.
Parlare del più e del meno è un modo per simulare quell’ intimità che si vorrebbe e che nello stesso tempo inquieta…E’ un surrogato, insomma, un ripiego.
Parlare del più e del meno ci mostra agli altri e nello stesso tempo ci rende impenetrabili al loro sguardo ed ai loro sentimenti. Abbiamo la certezza di essere in relazione, di comunicare ma ognuno al riparo della sua zona d’ombra. A distanza di sicurezza, insomma, senza rischiare di scivolare nell’intimità.
Parlare del più e del meno ci fa sentire adeguati, in linea con la modernità che vuole tutti socievoli e socializzabili, sempre pronti a rivolgere la parola a chi ce la chiede, ci fa sentire parte di quel mondo perfetto in cui in ogni momento si è pronti all’accoglienza… basta che poi si vada ognuno per la propria strada.
Parlare del più e del meno non è solo una procedura adottata in società ma a volte anche nei rapporti cosiddetti intimi, che di intimo hanno solo il fatto che si condividono spazi ed oggetti…però le vite, quelle fatte di emozioni e aspettative, di memorie e progetti comuni, procedono distanti, senza mai fondersi o confondersi.
Parlare del più e del meno azzera le diversità e ci rende intercambiabili, rimpiazzabili … Il passatempo mette in atto quella sostituibilità tra esseri umani tanto detestata a parole quanto inseguita nei fatti, ansiosi come siamo di fuggire alla responsabilità di svelare ciò che realmente siamo al posto di ciò che vorremmo o crediamo di essere.
Il passatempo non è un meccanismo azionato dal caso né che al caso si affida per svolgersi. Ci sono regole ben precise da seguire, ruoli adeguatamente rigidi da assumere.
Parlare del più e del meno in effetti è un modo di dire scorretto dal momento che cela la realtà dei fatti ed i fatti sono che questo modo di stare insieme non prevede mai argomenti che possano anche solo sfiorare l’intimità e l’autenticità delle persone e delle relazioni umane. Parlare del più e del meno è una definizione che può far pensare, appunto, al lasciarsi andare a dire su tutto ciò che passa per la mente. Invece alcuni temi, quando si adotta il passatempo, nemmeno sfiorano la mente.
Parlare del più e del meno però, tra le varie difese che si possono adottare per stare alla larga dall’autenticità, è quella che più fa ben sperare. E’ la modalità che può diventare,con un grammo di coraggio e due di consapevolezza, la strada in cui muovere i primi passi verso una relazione che poi si vorrà approfondire… Può essere un modo, perché no, di mostrarsi poco a poco … Di muoversi verso una relazione intima dove si comunica in quanto persone e non personaggi …
Si può, con un grammo di coraggio e due di consapevolezza

La fame di stimoli: cosa dice in proposito l’Analisi Transazionale

“ Salutare correttamente significa vedere l’altra persona,
diventarne cosciente come fenomeno,
esistere per lei ed essere pronti al suo esistere per noi”
E. Berne – “ Ciao!…E poi?”

“ Viveva nel mondo dell’approssimativo,
dove si saluta nel vuoto, si giudica nel falso…”
M. Proust – “ Alla ricerca del tempo perduto “
( Vol. II All’ombra delle fanciulle in fiore )

Gli stimoli hanno la funzione di spingerci oltre il normalmente dovuto oltre che rafforzare e proteggere la nostra integrità fisica e mentale. Nascono, nell’incontro tra noi ed il mondo, quando in esso intravediamo qualcosa che ci manca e che vorremmo o anche che non vorremmo ma che ci è comunque necessaria per vivere e sopravvivere.
Ne abbiamo bisogno però anche per l’inazione, per riflettere , per riposare. E’ ancora uno stimolo oppure un eccesso di stimoli che ci muove alla ricerca del silenzio, di uno spazio abitato solo da cose non inanimate, nel senso di non insignificanti, ma discrete, in cui poter ritrovare il dialogo con noi stessi, quel dialogo di cui a volte perdiamo le tracce quando le voci dell’esterno diventano ingombranti..
Altre ancora sono le spinte che vengono dal nostro mondo interiore. Come il mondo materiale anch’esso, se non alimentato e protetto ma soltanto utilizzato, si svuota senza più rigenerarsi. Sempre uno stimolo è l’origine del suo rinnovamento, anzi ne è uno di tipo particolare, quello che un individuo può ricevere solo da un suo simile: il riconoscimento.
Esso soddisfa un bisogno che riguarda il senso d’identità personale, contribuisce a costruirlo e a confermarlo o ad indebolirlo o addirittura cancellarlo. Senza riconoscimento lo sviluppo psichico, e spesso anche fisico, della persona avviene come quella di una pianta che più cresce e più si avvolge su sé stessa, una pianta che nasce già secca, che mai conosce aria e luce .
Questo bisogno è tanto forte che ogni genere di riconoscimento è preferibile a nessun riconoscimento. L’indifferenza, com’ è ben noto, produce danni alla struttura emotiva di un bambino più di un rimprovero o di un diniego. L’Analisi Transazionale dice che quel gesto o parola con cui trasmettiamo all’altro che ci siamo accorti di lui o di lei in quanto persona ha valore quanto una carezza, proprio la carezza data ad un bambino. Pertanto meglio carezze negative che nessuna carezza. E’ così per il neonato, per il bambino, per il giovane, per l’adulto. E’ un aspetto delle relazioni umane che accompagna la persona per tutto l’arco della sua vita e che è il segno evidente della responsabilità che ci assumiamo ogni qual volta comunichiamo. Da questa ottica la comunicazione è chiedere, ricevere e dare riconoscimento, di qualsiasi genere.
Aspirare a questa forma di individuazione, che è desiderio ed urgenza di comprensione e non di pura identificazione, vuol dire chiedere a chi ci sta di fronte uno sguardo o un sorriso o una parola che ci segnali che, in qualche modo e in qualche misura, esistiamo.
Dire ad un altro essere umano “ Esisti” oppure “ Non esisti” è tra le maggiori responsabilità a cui siamo chiamati ed essa cresce quanto più aumenta il grado di dipendenza dell’altro nei nostri confronti. Se anche l’estraneo ci chiede, direttamente o indirettamente, di essere riconosciuto tra i tanti figuriamoci l’entità della richiesta del figlio al genitore, del dipendente al dirigente, del giovane all’anziano, dell’alunno al docente. Insomma di chi, in quel momento ed in quella relazione, dipende.
La fame di riconoscimento è lo stimolo che ci spinge verso mete sempre diverse e alte. E’ la molla che, se ben utilizzata, rende migliori gli uomini e le società.
Questo bisogno presenta però le sue insidie in cui di tanto in tanto rischiamo di inciampare. L’impegno e l’urgenza a soddisfare questo bisogno infatti possono in alcuni momenti dare vita a comportamenti inopportuni rispetto alle proprie ed altrui attese con il rischio che un conseguente insuccesso materiale, affettivo o sociale amplifichi il bisogno inappagato, determinando così un vortice in cui si perde il contatto con la realtà effettiva
Fa altrettanto danno a se stesso chi si difende da questa naturale esigenza, chi la nega e rinnega, chi spende le proprie energie per ingannarsi dicendo a sé stesso non riguarda me, io sono indipendente, autonomo, autosufficiente .
Una forma di prevenzione è anche non riconoscere gli stimoli che coloro che ci sono accanto ci inviano, non apprezzare il valore che essi ci attribuiscono come mariti o mogli, genitori o figli, amici o parenti, colleghi di lavoro o semplicemente come persone. Non accogliere l’essere riconosciuti può avere origine da una disabitudine a vedere confermata la propria identità o dall’inquietudine suscitata dall’essere visti. Se è vero che cerchiamo costantemente riconoscimento è altrettanto vero che sappiamo bene quanto ottenerlo comporti una responsabilità: infatti si esce dall’anonimato, non si è più l’ultima ruota del carro, si è in bella vista. Si diventa riferimento per qualcuno. Si riceve riconoscimento, è vero, ma si è chiamati anche a darlo.
Né riempiono la nostra vita le carezze negative, quelle critiche o veri e propri rifiuti ( non a ciò che facciamo ma alla nostra persona nella sua globalità) che accettiamo senza reagire in quanto le riteniamo le uniche forme di riconoscimento a noi concesse. Le uniche di cui siamo degni, insomma.
Altro non c’è da fare che accogliere la necessità del tutto naturale, perché profondamente umana, di riconoscimenti positivi e viverla utilizzando gli strumenti ( conoscenze, sentimenti, emozioni ) di cui disponiamo adesso, evitando così di sacrificarci dl bisogno, che se negato, risulterà sempre e comunque inappagato.

I nostri limiti e le nostre risorse : gli Stati dell’Io

Genitore, Adulto, Bambino: gli Stati dell’Io.
Con questa terminologia l’Analisi Transazionale indica le parti che strutturano la nostra personalità ( l’iniziale maiuscola le distingue dagli omonimi in carne ed ossa ):la prima rappresenta l’insieme delle norme e valori appresi in famiglia ed in società nel passato e nel presente, la seconda esprime il logos che osserva e comprende il mondo nel qui ed ora, il Bambino è la manifestazione dell’emotività nelle sue varie forme ( sentimenti, percezioni, motivazioni, aspettative ) e modalità..
La teoria degli Stati dell’Io dà forza all’A.T. e la rende ancor più utile alla comprensione del comportamento umano quando afferma che queste parti non si escludono bensì coesistono, e sono osservabili, nello stesso individuo, nello stesso momento e nel medesimo atteggiamento.
In alcuni casi una può prevalere sulle altre in modo costante definendosi così come segno specifico delle norme relazionali dell’individuo, oppure solo in date circostanze e questo anche fino a far sì che all’esterno la persona sia percepita come una sorta di monoblocco che esaurisce le sue risorse emotive/ cognitive / comportamentali in una sola risposta ( la persona stessa, in tal caso, si sente unidirezionale). Questa parte emergente però non annulla le altre, che agiscono comunque in sottofondo e come sottofondo. Tra le tre parti c’è dunque un costante dialogo per quanto conflittuale esso possa essere.
La teoria degli Stati dell’Io, nella sua globalità, fornisce la chiave di lettura alla complessità della comunicazione ed alla apparente inspiegabilità di quei comportamenti che appaiono privi di scopi, distruttivi ed autodistruttivi. Ci dice inoltre che ogni nostro atteggiamento è una sorta di racconto che si stacca, per meglio rappresentarla, da quella più ampia narrazione che è la nostra storia, fatta di passato, di attualità e progetti. Una narrazione che si rinnova giorno dopo giorno, che non può non sentire gli effetti di quanto già sia accaduto ( e di come la persona lo ricorda e lo interpreta ) ma che non si esaurisce in esso, che non si chiude cioè a future innovazioni solo perché così si è stati e dunque, deterministicamente,così si è.
L’A.T. non lega con il criterio causa – effetto. Certo non svaluta la storia personale ma ne reclama la possibilità di modellarsi sugli eventi attuali e a partire dalle capacità che in ognuno emergono, si rafforzano e danno origine a risposte legate al presente ( l’Adulto, appunto).
L’A.T., attraverso gli Stati dell’Io, fornisce una possibile risposta alla questione del rapporto tra l’individuo e la temporalità: il tempo, pare che essa ci suggerisca, è in noi. Il tempo, anzi, siamo noi. Non esistono in esso fratture, sospensioni, sostituzioni. Non c’è inizio e fine ma solo una continuità di cui la nostra memoria è espressione e palcoscenico su cui si muovono gli eventi che, nella loro connessione, raccontano la storia del nostro tempo, vale a dire la nostra storia. Ogni gesto che ci appartiene allora esprime la totalità passato – presente – progetto.
Ogni nostro atto richiama dunque storie uniche, che manifestano l’insostituibilità di ognuno. Insostituibili, si, ma non indispensabili.

“ Non metterla sul personale “ : luogo comune o processo formativo ? – 1

Il Formatore, nel settore delle relazioni interpersonali, a volte si trova a proporre, come obiettivo del lavoro in aula, una meta che ha tanto il sapore del luogo comune. E’ il caso, ad esempio, della ben nota esortazione a non “ metterla sul personale ” rivolta a coloro che, per lavoro, sono impegnati direttamente nella relazione con clienti ed utenti. Ci riferiamo, insomma, a chi spesso deve confrontarsi con obiezioni, critiche e rifiuti da parte dei destinatari finali del suo prodotto/ servizio.
Questo genere di reazione, i cui contenuti a volte sono accompagnati da modalità alquanto brusche, genera in chi li riceve stati d’animo e pensieri negativi sia su di sé che sugli interlocutori.
Comprensibilmente, perciò, questi professionisti, nel momento che si avvicinano ad un percorso formativo centrato sulla gestione della conflittualità relazionale, lo fanno spinti dall’esigenza impellente di trovare una soluzione, o quantomeno un sollievo, al loro carico emotivo oltre che a dotarsi di nuove strategie comunicative consone al superamento dei momenti di impasse con il cliente/ utente.
E’ altrettanto comprensibile che, di fronte all’esortazione del Formatore a “ non metterla sul personale “, possano sentirsi quanto meno svalutati, se non proprio offesi, nella loro dignità professionale e personale.
La meta proposta dal Formatore, però, è effettivamente riducibile al semplicistico consiglio che può dare anche l’amico mentre si prende insieme un caffè al bar ? Oppure si tratta di altro? Vediamo di capirci qualcosa.

Gli obiettivi
Le categorie professionali a cui ci stiamo riferendo – il discorso può estendersi a tutti coloro che, nel lavoro, siano impegnati direttamente in significative e complesse relazioni interpersonali -, spesso sono destinatari di critiche ed obiezioni da parte dei clienti/ utenti ( anche dai genitori degli alunni, nel caso ad esempio degli Insegnanti o degli Utenti di un Centro di Ascolto per quanto concerne gli Operatori Sociali), che poco hanno a che vedere con i dati di realtà e molto, invece, con il sistema di valori, idee ed opinioni di chi quella critica ha espresso. Si tratta di reazioni che, pur partendo dall’attualità, sono fortemente orientate da esperienze pregresse, pregiudizi, luoghi comuni, disinformazione. In tali circostanze la risposta è più che altro una generalizzazione ossia un’affermazione priva di un contenuto specifico, aderente al qui ed ora, comunque definibile e circoscritto.
E’ il caso, ad esempio, dell’Operatore Call center a cui il destinatario della telefonata invia un deciso “ Non mi interessa ! “ prima ancora che l’Operatore abbia minimamente accennato al prodotto o servizio di cui è promotore. O del venditore, quando il cliente lo interrompe con affermazioni del tipo “ Tutti i venditori parlano bene del loro prodotto. Che altro posso dire ? “.
Capita qualcosa del genere anche al Docente, quando il genitore dell’alunno “ insufficiente “ chiede, con piglio indagatore, “ Mio figlio a casa studia! Come mai poi in classe non rende e prende brutti voti ? “, mettendo così in discussione, nemmeno tanto indirettamente, l’operato dell’Insegnante.
Una critica generalizzata è anche quella dell’Utente di un Centro di Ascolto che si rivolge all’Operatore sociale affermando “ E’ inutile che parliamo, tu non mi puoi capire, tu non hai i miei problemi ! ”, svalutando di colpo le qualità umane e professionali dell’interlocutore.
Ci riferiamo, insomma, a circostanze in cui il professionista, la cui tenuta emotiva è così fortemente sollecitata, ha di fronte a sé due obiettivi : fare cambiare idea all’interlocutore oppure limitarsi a trasmettere informazioni restando ancorato al motivo originario della comunicazione.
Nei passi successivi mostreremo i rischi della prima opzione ed i vantaggi, da raggiungere non senza impegno, della seconda

Fare squadra : premesse, fattibilità, obiettivi – conclusione

Nel precedente articolo, a proposito del fare squadra come esito di un efficace esercizio della leadership, abbiamo indicato la capacità del leader di dare senso ai comportamenti disgreganti del gruppo, in reazione ad una fase di crisi, come uno dei principali strumenti necessari a ricompattare il collettivo.
Che vuol dire, perciò, “ dare senso “ ?
Per provare a capirlo immaginiamo un’azienda, di medie proporzioni, che viva un sensibile calo dei profitti e dunque che veda messa in discussione la sua stessa permanenza nel mercato. Qui non importa definire le ragioni della contrazione del profitto, se ad esempio dipenda da un calo di vendite o da un abbassamento dei prezzi dovuto all’arrivo di un forte competitore. Ciò che conta è che le maestranze, intese come gruppo, di fronte a tale evento arrivano a mettere in discussione le politiche aziendali e ciò non quale esito di una legittima e necessaria analisi del problema bensì come semplicistica – e logorante quanto inutile – ricerca del “ colpevole “.
Quando il gruppo comincia a non riconoscersi più nell’immagine dell’azienda emergono gli individualismi. L’obiettivo personale, di ordine materiale ma anche di definizione di una propria identità professionale, non si identifica più in quello collettivo ma da esso, anzi, si sente minacciato. A questo punto è la stessa storia aziendale che traballa.
Compito immediato del leader, in tali circostanze, è rielaborare questa stessa storia il che vuol dire innanzitutto integrare in essa il problema piuttosto che proporlo come evento accidentale ed esterno al gruppo. Come accade per qualsiasi organismo sottoposto a stimoli stressanti, il primo passo da compiere verso la soluzione, infatti, è riconoscere ed accogliere il nodo conflittuale. Il problema, perciò, entra a far parte della storia dell’azienda. Il che non significa assumersi colpe, appunto, bensì riprogrammare il futuro aziendale ( obiettivi a medio e lungo termine, ruoli e compiti, aree di intervento o da abbandonare, ecc ) a partire dall’evento critico. ” Abbiamo fatto il possibile, ma le circostanze avverse ci hanno impedito di procedere verso il successo ” : non ci potrebbe essere messaggio, da parte della leadership al gruppo, più distruttivo di questo.
” Abbiamo fatto il possibile … quali strade possiamo e dobbiamo percorrere, a partire dalla crisi ? “: ecco un rapido esempio di integrazione tra storia aziendale ed evento traumatico.
In termini analitici – transazionali, la leadership deve di fatto ripristinare una posizione Io OK – Tu Ok dove per “ Io “ si intende il gruppo e per “ Tu “ il fatto problematico. La difficoltà del momento, in sostanza, non deve essere percepita né come sconfitta né come fallimento e questo vale sia per il collettivo che per la leaderhip. Solo quando quest’ultima sarà stata capace di ripristinare tale simmetria diventerà possibile e produttivo elaborare strategie di problem setting e problem solving.
Compito della leaderhip è, ancor prima di procedere in tale direzione, favorire nel gruppo la percezione della nuova condizione che sarà esito del superamento della crisi. Il leader deve cioè riuscire a introdurre nell’immaginario del gruppo la visione di quali saranno le nuove risorse, materiale e non, di cui il collettivo disporrà una volta uscito dall’impasse a e quali altri scenari saranno possibili.
Completata questa fase la leadership potrà fissare le tappe per il superamento della crisi: individuare le aree conflittuali, puntualizzare le premesse alla crisi, inventariare le risorse materiali e umane disponibili, riassegnare compiti, rivedere le mete, elaborare ipotesi e realizzare procedure di verifica.
Il tutto, almeno in dati step come rassegnazione dei compiti e revisione delle mete, coinvolgendo il gruppo stesso.
Questo percorso può essere pensato per un’azienda così come per un team sportivo, di professionisti o qualsiasi altro tipo di collettivo. Ciò che conta è la chiarezza con cui il leader definisce i suoi strumenti che, di fatto, sono esito delle sue capacità personali e professionali: la quantità e la qualità delle informazioni che possiede sull’evento, oltre che sul gruppo stesso, e la varietà e fluidità delle sue modalità comunicative.
Un leader, infatti, non è tale se gli eventi si verificano “ a sua insaputa “ e la comunicazione è lo strumento che lo sostiene in fasi estremamente delicate del processo quali, ad esempio, narrare la storia del gruppo e rielaborarla, ridefinire le mete ed i compiti, indicare le nuove regole.
Fare squadra, insomma, è tutt’altro che uno slogan di facile presa ma privo di sostanza. E’ il risultato, invece, di un processo di analisi e di comunicazione che non si mette in atto con l’avvento della crisi ma anzi la precede. Un percorso in cui trovano ampio spazio la Formazione ed il Counseling.

Fare squadra : premesse, fattibilità, obiettivi – 3

Nel precedente intervento abbiamo indicato nella capacità di ascolto del leader una delle principali variabili indispensabili a realizzare in un gruppo, particolarmente in una situazione di crisi, lo “ spirito di squadra “. Per tale si intende, in sintesi, la disponibilità e la capacità di ogni membro del collettivo di rendere prioritario l’obiettivo comune rispetto a quello individuale. Va da sé che tale è la condizione, sempre e comunque, che rende “ gruppo “ un semplice agglomerato di persone, unita alla costante interazione interna.
Qui si intende sostenere che la spinta verso il bene comune diventa, se opportunamente sostenuta ed amplificata dalla leadership, l’ “ arma “ vincente di cui il collettivo dispone per fronteggiare problematiche interne o con l’esterno tanto serie da comprometterne l’esistenza stessa.
In che modo, perciò, la capacità di ascolto del leader può contribuire a potenziare questo strumento? Una volta che l’abbiamo definita come la sua “ maestria “ nell’interpretare i comportamenti e le istanze del gruppo o di alcuni dei suoi membri e di attribuirvi senso, anche lì dove atteggiamenti ed idee risultino in contraddizione con gli scopi del gruppo, come si concretizza poi tale attitudine ? In che modo, cioè, il leader utilizza praticamente questa sua capacità facendo sì che i membri del gruppo preferiscano alla fine lo scopo collettivo a quello individuale ?
Certo, in un’azienda, ad esempio, lo scopo finale ( il profitto ) coincide con l’interesse di ogni persona che vi lavori ( lo stipendio a fine mese ).
Per una squadra di calcio uno schema di gioco vincente, fondato su una visione di insieme, difficilmente sarà messo in discussione dagli individualismi.
Il problema nasce quando il gruppo è sottoposto a forti sollecitazioni che mettono in discussione gli assetti e le modalità di comportamento fino ad allora adottate e ritenute efficaci. In queste condizioni ogni nesso logico e scontato tra meta individuale e meta di gruppo non vale più, anche quello più classico tipo “ se l’azienda tiene, continuo a prendere lo stipendio “.
La crisi, generalmente, alimenta gli individualismi.

Ogni gruppo, qualsiasi sia la sua natura e la sua ampiezza, è tale se e quando possiede una identità collettiva. Per tale, al pari dell’identità dei singoli, si intende una cornice storica e valoriale che ne comprenda le origini e le mete. Questi ultimi rappresentano i riferimenti costanti per le scelte ed i comportamenti di ogni singolo membro del collettivo.
Vale per l’azienda, il team sportivo, un’associazione di professionisti, un’organizzazione umanitaria, un nucleo familiare. Vale per una intera società.
Ognuno di questi insiemi è “ gruppo “ se ha una storia in cui si riconosce.
Il leader, perciò, è chi ha le conoscenze, competenze e capacità personali di comprendere a fondo tale storia e di rappresentarla. Il leader, in sostanza, è chi “ incarna “ la storia/ identità del collettivo. Lo fa prevalentemente con il suo comportamento. Con l’esempio, cioè. Tanto più necessario nei casi in cui il leader provenga dall’esterno. Tipico, ad esempio, è il caso degli allenatori delle squadre di calcio e degli AD aziendali, che riescono ad andare oltre i loro ruolo specifico e a farsi anche leader quando rapidamente interiorizzano la storia del gruppo e la rappresentano.
Ma la storia, intesa come narrazione, non si riferisce esclusivamente al passato né, proprio in quanto “ identità “, è uno schema rigido che definisce il gruppo una volta per tutte. La storia è anche il futuro, anzi lo anticipa e ne contiene il senso di prospettiva ma anche le sue incertezze.
Il leader perciò rielabora costantemente la narrazione, la arricchisce di nuove possibilità, vi introduce pericoli ma anche soluzioni. Il leader efficace fa sì che il gruppo non giunga mai impreparato alla crisi, ne conferma l’identità/ storia e nello stesso tempo la rielabora rendendola, quando necessario, sempre aderente al presente. Il gruppo, infatti, rischia di sfaldarsi specialmente quando avverte la distanza tra identità e realtà, tra ciò che si è ( o si credeva di essere ) come insieme e quanto sta accadendo nell’ambiente esterno o al suo stesso interno.
Certo, tale distanza, a volte, rafforza l’identità del collettivo. Lo valorizza. Si è gruppo proprio in quanto differenti da tutti gli altri. Ma la leadership ha anche il compito di non rendere tale distacco un guscio che trattiene e soffoca. In alcune circostanze, infatti, la crisi è data proprio da questa retroflessione, da questa estrema concentrazione su ciò che si è dimenticando alla fine che esiste anche un esterno. Tipico è il caso di alcune aziende che falliscono proprio perché tese a valorizzare sé stesse e quanto producono trascurando, così, la considerazione di come chi è al di fuori possa recepirle e percepirle. Non c’è più, in tali casi, comunicazione interno – esterno ma solo imposizione ossia una richiesta di fiducia a priori. Incondizionata.
Insomma la leadership efficace consiste nel realizzare l’equilibrio tra adesione e distanza tra gruppo ed esterno, alimentando l’una o l’altra a seconda del grado di conflittualità sia interno al collettivo che tra questi e il contesto.
Il leader efficace, perciò, deve essere abile nel narrare una storia del gruppo, e farlo al gruppo stesso, che comprenda anche la crisi e lo faccia, però, dandovi senso.
In un prossimo intervento tratteremo proprio le attribuzioni di senso da parte della leadership nei momenti di crisi.